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Il paradiso sul monte Athos
A un tratto, verso la fine di un dirupo che, da 300 metri d’altezza, scende fino al mare, dopo averci indicato qua e là svariate grotte e misere casupole nelle quali vivevano o vivono gli eremiti, la nostra guida si arresta. Da una di queste catapecchie, esce un monaco asciutto, con una barba nera che , con fare imperioso, impartisce ordini ad alcuni operai laici che poco sotto, a una ventina di metri dal mare, stanno costruendo una villa. E che villa! Svariate stanze, scale, cantine, cucina da albergo, terrazzi. “Ma qui”, domando quando usciamo, “chi ci verrà ad abitare?”. “Lui”, rispose tranquillo. “L’eremita russo?”. “Esatto”. Poi (abbassando il tono)dice : “Ề amico di Putin, qui Putin è gia venuto una volta… dollari, dollari, caro mio” stropicciando pollice ed indice nel tipico gesto di chi vorrebbe dirla tutta e te la sta dicendo , in fondo. Questo che ho appena raccontato è uno dei vari episodi strani e imprevedibili che hanno costellato il pur breve soggiorno sul Monte Athos . Noi, per esempio, siamo stati ospiti del piccolo cenobio ove è tutto modesto e in comune .Sotto il sole, fra gli strapiombi, incontriamo altre capsule assai meno lussuose della magione berlusconiana nella quale il pio amico di Putin passerà meditando per il resto dei suoi giorni. E ci accolgono monaci solitari, o in coppia, gentilissimi e umili, che fanno rosari all’uncinetto o intagliano il legno, e ci offrono acqua . Sopra, in un convento splendido, abbiamo la fortuna di entrare in una stanza ampia, squadrata, dove – davanti a due finestre da cui si vede solo mare – due monaci vecchissimi e dolci sfruttano una luce perfetta per ricopiare anche icone da cavalletto e il tempo scompare lì, la pace sembra infinita. Ma altro che pace, nella casa dell’amico di Putin , con i suoi otto monaci e i pellegrini che si aggiungono! Perché, è vero, dalle quattro e mezzo del mattino alle sette, nella cappellina buia, c’è l’interminabile liturgia vecchia mille anni e non si scappa. Però, nel resto della giornata, è un continuo via vai: e chi costruisce altre case, chi batte il ferro, chi innaffia i carciofi, chi cucina, con la betoniera che non tace un secondo. Sicché, uno si domanda: tutte queste case, così ben costruite e ricche in un posto che si raggiunge solo a piedi o in dorso a un mulo, per chi saranno? Mistero. E quanto ai pasti (colazione, pranzo squisito con pesce e verdure dell’orto, merenda con torte e cena) uno si domanda : è la buona tavola che porta al Paradiso? E’ ben misterioso questo Monte Athos, con i suoi venti conventi risalenti all’anno mille, meravigliosi, simili a fortezze medievali , costruiti per ottocento monaci l’uno e ridotti a raccoglierne al massimo una ventina. Uno entra, visita le chiese buie cariche di icone fiammeggianti e di tesori; vede il piede di sant’Anna, un pezzo della Croce, la mano minuscola della Maddalena e il cranio di San Basilio; vede i refettori nei quali si può desinare in seicento; vede operai ovunque che riparano, stuccano, dipingono, alzano muri; vede biblioteche da settantamila volumi; poi si gira intorno, in quel deserto, in quella solitudine e di nuovo si domanda: ma chi ci dorme nelle celle, i libri chi li legge, i monaci dove stanno? E ancora: da dove viene questo fiume di denaro? Credo che il Monte Athos sia uno dei luoghi più belli che abbia mai visto: conventi spettacolari, ciascuno col suo piccolo approdo; panorami mozzafiato; ruscelli limpidissimi; boschi di castagni che arrivano al mare. Tuttavia , standoci,una sotterranea perplessità ti prende. Quando poi ci trasferiamo sull’altra costa, per un soggiorno di tre giorni da un monaco produttore di settantamila bottiglie di un ottimo merlot, in una specie di paradiso terrestre vicino agli scogli, con vecchia torre cinquecentesca, sala delle udienze con caminetto che ha per sfondo le onde, cucine serie, stanze per ospiti, belvedere da cui si gode il profilo dell’isola di Thassos, la perplessità è massima. Il monaco non sgarra la funzione mattutina, quello è vero, ma dopo ………il resto della giornata è tutto godimento. Sì, tutto godimento perché la sera, prima di cena, si sta all’aperto o in cucina, a seconda del clima, col vino bianco e un buon cibo a perdere tranquillamente il tempo. E può capitare che, a mezzogiorno, con la sua barca a motore, arrivi anche un altro monaco più giovane da un convento lì vicino, con la passione della pesca e un cesto di frutti di mare da lui pescati appunto, tipo ostriche: e bisogna spaccare i limoni, allora, berci sopra il vino o la grappa, e guai a rifiutare . E’ strano questo Monte Athos, perché qui uno si immagina di trovare di tutto: rifugiati politici, servizi segreti, amori finiti drammaticamente, misteri. E, magari, è anche divertente immaginarlo. Ma, in definitiva, la perplessità ultima, quella che resiste è la prima: qui, il misticismo dove sta? Per caso sta nel glorificare la creazione (col piccolo sacrificio delle femmine), godendosi proprio la vita, la pace, la natura meravigliosa, il mare, il silenzio, i cibi buoni e i buoni vini, una compagnia serena e tranquilla? E’ questa la comunione con Dio? Bè se è questa, i monaci dell’Athos l’hanno indovinata giusta. Se la sono studiata bene, come suol dirsi.
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