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La mia prima volta negli USA, Agosto 2006
Appena rientrato da un viaggio negli Stati Uniti effettuato con familiari e amici (eravamo ben 18 !)
- un gruppo già rodato in precedenti anche se più brevi viaggi in giro per il mondo - provo, su invito di un caro amico che gli Stati Uniti ha visitato ed ha molto apprezzato e che con i suoi racconti e le sue testimonianze visive ha contribuito a far nascere la nostra voglia di partire, ad annotare alcune considerazioni e mentre lo faccio, scopro che per me è piacevole fissare emozioni ed immagini che, tra qualche tempo, la mia pigra memoria potrebbe aver archiviato troppo in profondità.
Da subito, e condivisa da un po’ tutti i compagni di viaggio c’è la seguente considerazione :
gli Stati Uniti sono immensi, enormi, smisurati e qualsiasi nostra sensazione o catalogazione , come pure tutte quelle che ci sono state riferite da chi ha già fatto quest’esperienza, è perciò estremamente limitata, una piccola frazione di quella realtà, quindi “relativissima” e particolare; difficile se non impossibile , generalizzarla.
Due “informazioni” ad esempio, sono state nella nostra esperienza, smentite quasi subito: il presunto efficientismo, e quello che doveva essere il severo controllo della polizia sulla circolazione e sui limiti di velocità.
1°) A New York siamo atterrati in un aeroporto quasi da terzo mondo, il JF Kennedy, scarsamente illuminato, squallido, con file lente e impiegati indolenti in quella che ci è apparsa come una periferia degradata e scrostata, da declino dell’impero e non certo la capitale tecnologica degli States; la metropolitana ha stazioni vetuste, veri antri non climatizzati con temperature infernali e vagoni, anche sui treni in transito, guasti e quindi vuoti anche se al centro di un convoglio in movimento. Nei bar e nei ristoranti ci sorprendono i ritmi di chi serve, che sono incredibilmente lenti per i nostri parametri di servizio. In molti bar annotano il tuo nome e solo quando l’ordinazione è stata con calma approntata, vieni chiamato a ritirarla. In un elegante ristorante con suggestiva terrazza affacciata sul ponte di Brooklyn abbiamo atteso circa due ore tra l’ordinazione ed il servizio!.
2°) I limiti di velocità variano, ma nella generalità della freeway e delle highway attraversate negli oltre 3.500 km della parte del nostro viaggio che si è svolta in auto, erano di 75/65 miglia con limiti temporanei a 55, ben superiori quindi a quanto preannunciatoci, ma soprattutto ben poco rispettati! Venivamo infatti, pur viaggiando leggermente ma costantemente oltre i limiti autorizzati, sorpassati spesso e volentieri. Nella nostra esperienza abbiamo incontrato nei quattro Stati attraversati- Arizona, Utah , Nevada, California - una diecina di auto della polizia, quasi sempre in transito e solo in quattro occasioni in fermo di auto. Del nostro gruppo una sola auto è stata fermata a Monterey ed a San Francisco, la prima volta perché viaggiava con le sole luci di posizione ( sono obbligatori gli anabbaglianti anche in città), la seconda per essere passata ad un semaforo mentre scattava il rosso ma, appena appurato il nostro essere turisti, è stata fatta ripartire con grande cortesia e senza nemmeno il controllo dei documenti.
NEW YORK
Anche se già viste in mille film e serie televisive, le immagini della città in diretta sono ben altra cosa. Restiamo veramente sbigottiti di fronte alle estreme verticalità di quest’architettura così ardita e per noi assolutamente aliena e incredibilmente innovativa se si tiene conto dell’epoca della sua nascita, visto che in realtà e contrariamente all’immaginario collettivo buona parte dei grattacieli è datata agli inizi del secolo scorso e non agli anni più recenti.
La postura abituale del turista a Manhattan è giocoforza “occhi al cielo”. E se la vista dei grattacieli dai marciapiedi ci lascia attoniti, essa appare veramente splendida nel contrasto, osservata dai prati del Central Park ed estremamente suggestivo è il ponte di Brooklyn mentre pranziamo sulla terrazza di un ristorante su un pier del seaport. Mozzafiato è la vista notturna della città dal Rockfeller Center, laddove un tecnologico e spettacolare ascensore (pavimento e soffitto trasparenti) ci porta al 70^ piano in pochi secondi; notevole anche per la struttura il Guggenheim, come la collezione Frick, e assolutamente da non perdere ci appare la visita al museo di scienze naturali, così come gentili e bravissimi sono i tassisti, a cavalcare un “onda verde” questa sì, finalmente efficiente.
E’ sempre a New York che abbiamo l’impressione di aver a che fare nei nostri rapporti, al ristorante come al museo o in albergo, con persone rigide, legate agli schemi non sempre funzionali loro assegnati, ed incapaci di prendere la anche benché minima iniziativa.
Ma come già per l’America, anche gli americani non ci appaiono omologabili in un’unica categoria: a New York ci sono apparsi frettolosi, e spesso scortesi; esageratamente “caciaroni” nei ristoranti sia a New York che a Los Angeles e poi gentili e desiderosi di darci informazioni in California, simpatici se scoprono la nostra italianità, sempre rispettosi del traffico e dei pedoni, anche quando qualcuno tra questi italici turisti attraversa la strada fuori da ogni schema; da imitare, poi per educazione e funzionalità, l’idea degli incroci senza semafori, a quattro stop, dove si passa uno alla volta in un sincrono e muto accordo.
Adesso ,con un balzo aereo ,siamo a Los Angeles, in un bellissimo aeroporto dove prendiamo possesso delle Toyota Sienna che ci condurranno in carovana per gli oltre 3.500 km della parte itinerante del nostro viaggio; affidabili e comodissime, queste vetture diverranno le nostre case viaggianti per i successivi 15 giorni, ma fintanto che gli equipaggi che si vanno formando non saranno ben rodati, metteranno anche a dura prova, nella prolungata e “stretta convivenza”, gli equilibri del nostro gruppo, che ora deve scontrasi anche con la difficoltà di viaggiare in sincrono, rimanendo “ a vista”.
La prima sosta è nel sud della California, a SAN DIEGO con il suo delizioso lungomare, molto turistico anche se nel contrasto con le portaerei alla fonda; una delle più famose, la Midway, è attraccata, ed ospita un pittoresco e frequentato ristorantino.
Si impone qui la visita al Sea World, “il parco marino” dove assistiamo, meravigliandoci del nostro stesso entusiasmo, alle esibizioni di orche, delfini e otarie e dove dall’alto di una torre girevole spaziamo su di un panorama della baia e del parco stesso, ruotando a 360 gradi.
E si riparte sfiorando Phoenix, dopo una sosta nella torrida Yuma ( 44 gradi ) in un locale così caratteristico per l’ambientazione ed i personaggi che lo frequentano, da indurci a fotografare l’uno e gli altri; ci avviamo poi alla visita dei parchi naturali a cavallo fra l’Arizona e l’Utah nella riserva degli indiani Navayo, sfortunata tribù che ha rischiato l’estinzione per l’alcolismo; per questo motivo ora, nei locali dell’intera riserva, è vietata la vendita di alcolici. Prima però si sosta a Scottsdale vera porta del deserto, dove l’intera comitiva si ritrova d’accordo per una pausa, “a mollo”, nel refrigerio della piscina dell’Hilton.
Affrontiamo ora il viaggio nel territorio dei parchi con una natura che si palesa qui in tutta la sua varietà e la sua maestosità, ma soprattutto profondamente diversa dalla nostra, anch’essa bellissima, alla quale siamo avvezzi. Nei giorni che seguono e in sequenza ammiriamo: prima il tramonto sul Grand Canyon che, raggiunto a fine giornata ci lascia davvero senza parole, a riflettere nella notte incredibilmente stellata, così come l’escursione del giorno successivo dove il nostro gruppo, per la prima volta si divide, una parte effettua un tour tradizionale mentre l’altra preferisce la più comoda veduta aerea.Poi un altro tramonto, siamo alla Monument Valley, tra rocce che si incendiano di colore, mentre prendiamo possesso dei nostri lodges sperduti nell’inquietante silenzio del deserto, e poi al mattino la passeggiata tra gli enormi monoliti, e un altro tramonto al Bryce Canyon con la ripida discesa tra le sue incredibili concrezioni e per finire la sosta allo Zion Park, costeggiando prima, da una panoramicissima strada che li affianca, i meno noti red canyon e kodachrome canyon.
Quale il più bello? Quale ci ha colpito maggiormente?
Il Grand Canyon è di sicuro il più sorprendente per le dimensioni incredibili, e perché ci è apparso all’improvviso, nella luce del tramonto, appena usciti da una grande foresta di sempreverdi , ma dir questo è far torto alla nostra stessa vista, perché ognuno dei parchi visitati costituisce, nella sua diversità e unicità, uno splendido panorama.
Siamo a questo punto del viaggio un po’ provati: abbiamo visto panorami stupendi e inattesi ma abbiamo anche macinato migliaia di chilometri, cambiando ogni sera albergo senza disfare mai le valige e nel gruppo (che risente le fatiche del viaggio e le purtroppo prevedibili piccole tensioni evidentemente non da tutti metabolizzate) l’armonia rischia d’incrinarsi.
Siamo in tanti e se in un viaggio così impegnativo v’è conforto e maggior tranquillità nella presenza di amici, al piacere di condividere le emozioni si contrappongono i contrasti nati dalle diversità di veduta e di opinione nelle scelte che, pur nel dettagliato programma, il viaggio ci offre.
E allora ?
Dopo un’ultima corsa nel deserto inizia la nostra pausa ludica, e ci auguriamo tutti, riconciliante!
LAS VEGAS
Tutto quello che credete di sapere su Las Vegas, per averlo visto al cinema o in Tv è sostanzialmente vero, basta solo moltiplicarlo più e più e più volte.
Una città incredibile in cui, a mio parere, non è consigliabile trattenersi troppo a lungo per non inebetirsi fra luci, suoni, e giochi. I vari alberghi, di dimensioni cosmiche, fanno a gara per esibire gli spettacoli più incredibili in giochi di luce ed acqua o in ambientazioni fiabesche o estremamente realistiche ed attrarre così i giocatori. Siamo davvero nella città del divertimento, in tutte le sue forme, lecite e non. Alcuni prediligono i tavoli da gioco, altri le piscine e le camere d’albergo, tutti sciamano al tramonto per la famosa “street”- il Las Vegas Boulevard- dove le luci si inseguono su scenari noti e improbabili, una Tour Eiffel affianco ad una calle di Venezia, i grattacieli di New York a un passo dal Colosseo, tutto perfettamente ricostruito per la folla di turisti e giocatori , in giro su quest’enorme luna park, in attesa della sosta al prossimo tavolo verde.
Placato il bambino (o il demone del gioco) che è in noi, siamo nuovamente sulla strada.
Una tappa di trasferimento ci riporta a Los Angeles, S.Monica per l’esattezza; l’indomani visitiamo gli Universal Studios (dedicategli almeno 6 ore) dove i set dei film sono veri e propri giochi da luna park , ma in cui anche gli adulti si beano nei remake di films famosi e nelle suggestive e spettacolari ricostruzioni o spiegazioni di effetti speciali.
Un passaggio obbligato ci porta poi, con una corsa in auto per Beverly Hills, alle stelle e alle orme di Hollywood Boulevard, dove un po’ di emozione ci prende alla vista delle impronte di Marcello Mastroianni, piuttosto che della Loren o di Marilyn Monroe o di Johnny Depp, a seconda dei gusti, dell’età e dei ricordi di ognuno di noi.
Los Angeles è quella che, sempre a mio avviso, lascia meno dietro di sé l’idea di una città, almeno
così come noi europei la concepiamo.
E siamo nuovamente “on the road” sulla splendida costa della California, prima alla missione di Santa Barbara, poi a Pismobeach con la sua enorme spiaggia dove gabbiani e pellicani si “abbuffano” di sardine fino a riva, tra i rari bagnanti che osano sfidare il vento pungente che spira dall’oceano e ci riempie di sabbia sottilissima i tramezzini e gli abiti.
E su, percorrendo una strada panoramica lungo la costa selvaggia, da dove abbiamo la fortuna di avvistare una balena, poco lontana, che sbuffa e si immerge, prima di arrivare alla ridente cittadina di Monterey dove siamo attesi in serata, sul suggestivo e deserto molo, dal latrare roco e insistito di una colonia di foche.
Il mattino successivo, lo stesso porticciolo pullula di vita, negozi e ristorantini dove un popolo di locali e turisti, multietnico e variopinto, mangia ogni genere di specialità di mare; le tante foche ora sono ad attenderci, distese pigre sulle banchine a prendere il sole.
Transitiamo assecondando il desiderio di alcuni anche per la vicina Carmel, cittadina sospesa nel tempo, priva di illuminazione e di asfalto per precisa scelta Municipale e dimora di intellettuali, poi ci fermiamo non senza qualche accennata polemica e qualche residuo malumore nel gruppo , alla Winchester Mistery House di S.Josè, bislacca casa di oltre 130 camere senza capo né coda (finestre che si aprono su muri o su pavimenti, porte finte, scale che portano al nulla) fatta costruire nel corso di 38 anni su indicazione dei fantasmi dei morti uccisi dai famosi fucili, dalla vedova del sig.Winchester, di sicuro pazza. L’esperienza non è certo di rilevante interesse!
Siamo pronti per l’ultima meta del nostro viaggio.
E sfatiamo un altro luogo comune, almeno per la nostra esperienza, le condizioni climatiche. Ci avevano avvertiti per il viaggio in agosto : occhio alle temperature, bevete molto, larghi i cappelli, in definitiva, soffrirete il caldo!
In realtà, tranne che a New York, il clima è stato con qualche rara eccezione (vedi Yuma) prevalentemente gradevole. Specie di sera, già nella zona dei Canyon, e poi su tutta la costa alta della California si è avvertito semmai il freddo; e che dire del clima sempre primaverile ( o è meglio dire autunnale ?) di San Francisco, dove tutti abbiamo acquistato tra i mille e simpatici souvenir, felpe o pile?
SAN FRANCISCO
Qui trascorriamo le ultime quattro notti del nostro viaggio, allo York Hotel che abbiamo scoperto essere stato set di “Vertigo” di Alfred Hitchcock .Sarà per questo, sarà per la commistione tra i grattacieli del centro finanziario della città e le piccole e curate case vittoriane della periferia, sarà per la varietà dei quartieri multietnici tolleranti e perfettamente integrati, per la gentilezza degli abitanti o per il Golden Gate che troneggia nella baia e per la suggestione dell’isola di Alcatraz, per i leoni marini che affollano le banchine pronti per essere immortalati in uno scatto o per i vecchi “cable car”, tram a cavo fatti ruotare a “mano” ai capolinea, che salgono e scendono per le ripide colline che caratterizzano la città, sarà per i dintorni come Sausalito, dove si mangia bene e si gode della splendida vista di San Francisco dall’altro lato della baia o come il Muir Woods dove ammiriamo un altro aspetto dell’incredibile natura americana, in queste sequoie millenarie dalle dimensioni inimmaginabili, ma San Francisco mi resta nel cuore e la sua atmosfera rasserena e riconcilia anche il gruppo.
E’ finita, un ultimo doppio e impegnativo volo con nove ore di fuso orario da scontare, uno scalo a Cincinnati e si rientra a Roma, storditi dal jet lag, ma ricchi di un’esperienza che in questi termini nessuno di noi aveva di sicuro, prima ipotizzato.
E volendo concludere, di tutto quel che abbiamo visto, l’impressione maggiore l’ha lasciata in me proprio la natura; selvaggia e splendida, dove per dimensioni e scarsa densità di popolazione si entra in contatto con una fauna più o meno selvatica; perché certo a nessuno di noi capiterà qui di essere sorvolati e di poter fotografare un aquila che ci rotea sul capo, mentre siamo al cospetto della maestosità del Grand Canyon; di riprendere un timido coyote come è capitato al Presidio di San Francisco; di avere a portata di mano foche e leoni marini e di bagnarsi a poca distanza da pellicani e cormorani; di vedere dalla costa e quasi per caso, una balena immergersi e risalire sbuffando, per non parlare dei cerbiatti dei parchi e dei socievoli scoiattoli onnipresenti in ogni spiazzo verde.
Ed a questo punto……..andare a visitare gli Stati Uniti, ne vale certo la pena.
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